La litotrissia è nata nel 1971 come tecnica per il trattamento delle malattie urologiche ed in particolare della calcolosi renale. Le prime applicazioni risalgono al 1810 quando Heurteloup utilizzò un rudimentale apparecchio litotritore introdotto in vescica per rompere i calcoli urinari.

 

Solo all’inizio degli anni novanta è stata utilizzata questa metodica nelle patologie ossee, soprattutto in seguito all’osservazione di un odontoiatra di Francoforte, il quale notò una marcata riduzione di flogosi peridentale in pazienti sottoposti a trattamento per i calcoli delle ghiandole salivari.

 

Le prime applicazioni sull’osso in campo umano vennero effettuate all’inizio degli anni ’90. Valchanou e Michailov nel 1991 descrissero il consolidamento e la guarigione in 70 su 79 pazienti di una casistica eterogenea che presentava ritardo di consolidamento di fratture con formazione di pseudoartrosi. Risultati positivi assimilabili vennero riportati da Schleberger e Senge nel 1992: venne ottenuta l’induzione della formazione del callo osseo entro sei settimane dall’applicazione di onde d’urto, senza che si verificassero lesioni ossee strutturali, nè ossificazioni ectopiche.

 

Tra i primi a studiare l’effetto in ortopedia fu Haist, sempre di Francoforte, che ebbe il merito di applicare le O.U. nella pratica clinica quotidiana: egli rimane un cardine di riferimento per i cultori della materia.

In Italia, le prime applicazioni cliniche furono condotte nel 1992 dall’équipe del prof. Ezio Maria Corrado dell’Università degli Studi di Napoli, Divisione di Chirurgia della Mano, che utilizzò le O.U. in casi di pseudoartrosi di scafoide carpale (Russo et al., 1995) partendo dall’idea che gli aggregati cristallini presenti in questa patologia avrebbero potuto subire, come avveniva per i calcoli renali, un’influenza fisica diretta.

Sempre nei primi anni ’90 vennero iniziati i trattamenti con onde d’urto delle patologie a carico di tendini e legamenti.

Nel 1992 Dahmen e coll. descrissero l’applicazione di onde d’urto a bassa energia per il trattamento di tendiniti calcifiche della regione scapolo-omerale.

 

Da allora sono stati compiuti numerosi progressi, soprattutto dopo l’osservazione che, oltre ad una azione fisica diretta, le O.U. producono effetti biologici indiretti. Ciò ha permesso di allargare immediatamente le possibili indicazioni cliniche dalla pseudoartrosi ad un più vasto campo di patologie ortopediche e traumatologiche muscolo-scheletriche.

 

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